sabato, 21 giugno 2008

1361454Frase letta sui muri di una delle tante stazioni che ogni settimana mi tocca passare, non la potevo non notare e riportare qui. “Ansia, ti voglio bene”. Ma che vuol dire? Quale pazzo potrebbe mai amare uno stato d’animo che ci tormenta, ci fa rigirare nel letto, ci immobilizza, ci inquieta, ci ammazza? Chi sei tu, che vuoi bene all’ansia?


Forse sei uno dei tanti che sotto sotto non può fare a meno di tutto questo girotondo perverso che è diventato il mondo, giostra dai mille dolori su cui il biglietto a volte ci pare durare un’eternità ed altre un solo secondo.

O forse, sei solo un disperato, uno dei tanti, di quelli che forse più dei guru che, come funghi, sbocciano di crisi in crisi per salvarci, s’è reso conto che le cose vanno prese così, come vengono. Anche l’ansia. “Ansia, ti voglio bene”. Ma che vuol dire?

E se fosse la soluzione ai nostri problemi? Abbracciare le nostre paure, la nostra ansia, la nostra noncuranza e rinunciare alla granitica risolutezza di voler a tutti i costi scontrarsi a muso duro con la fangosa ed anche limpida realtà delle cose? No, non penso, sarebbe troppo facile, sarebbe un cubo di Rubik già risolto, un bicchiere d’acqua pronto per essere bevuto.

Chi l’ha scritta quella frase?


Non chiedetelo a me. Io non sono quello che dà le risposte, casomai, quello che fa le domande. Che cerca, indaga, ficca il naso, e alla fine rinuncia, e nel rinunciare trova la risposta a ciò che cercava. Vuoi vedere che significa proprio questo? Che bisogna voler bene all’ansia perché senza di lei, alla fine, non avrebbe senso tutta la corsa, non avrebbe significato una-frase-una di quello che ad oggi è stato scritto? Se esiste l’ansia, esistiamo anche noi. Non saremmo vivi altrimenti, ma solo delle bambole, inutili oggetti d’arredo del mondo, non trovate?


Che voglia dire altro, che voglia dire questo, non lo saprò -non lo sapremo- mai. Forse. Però, non so voi, ma una frase del genere, di quelle che ti fanno perdere in un viaggio in treno e che ti lasciano in testa quella sensazione di dovere risolvere il mistero, sennò sei un fallimento, l’avrei voluta scrivere io.

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venerdì, 06 giugno 2008

C_0_strillo28x12_1493_GroupFoto_fotoL’incontro che si è tenuto oggi tra Berlusconi e Papa Ratzinger è di quelli storici. Mettete da parte il valore politico/ideologico/religioso della faccenda, e riflettete: in una stanza, circondati da omini ed omoni in doppio petto pronti a sorridere ad ogni respiro del Cavaliere ed ad inginocchiarsi ad ogni spostamento di mano del Pontefice, si trovano due icone della letteratura contemporanea. Sì, avete letto bene: quando mai ricapiterà che i due protagonisti del maggior numero di barzellette in circolazione si ritrovino di nuovo insieme nella stessa stanza? Ci mancavano un carabiniere, Bossi e la mucca pazza per avere il set completo. Pazienza, sarà per la prossima volta.

L’incontro si è svolto nel migliore dei modi: Berlusconi, arrivato in anticipo, ha dovuto attendere 10 minuti l’arrivo di Ratzinger: d’altra parte, questo era il loro secondo appuntamento e, si sa, per conquistarli questi uomini bisogna farli attendere e mai essere puntuali. Inoltre, pare che Ratzy stesse discutendo animatamente sul forum di “The O.C.” circa la fuoriuscita di Marissa.

Per il resto, solito cerimoniale: parole spese a favore della famiglia, della scuola (cattolica, con relativi finanziamenti), della famiglia, dell’immigrazione, per poi scambiare due parole sull’importanza della famiglia. Toccato anche il tema del Medioriente, con l’intenzione da parte del Premier di fare di tutto affinché la famiglia venga valorizzata.

Tutto è finito con la conferma che tra lo Stato italiano ed il Vaticano scorre buon sangue, e che il rispetto tra le due parti deve essere rispettato. Altrimenti, il Papa non s’affaccerà più la domenica da S. Pietro, ma, dopo la messa, correrà a vedere “L’Arena” di Massimo Giletti alla faccia dei papa-boys.

Scherzi a parte, i due si sono salutati scambiandosi due regali di cortesia: Berlusconi, che non perde mai la possibilità di mostrare la propria umiltà anche nelle grandi occasioni, ha omaggiato il Papa di “una croce da pettorale, in oro tempestato di diamanti e topazi, raffigurante episodi della storia della Chiesa”. Una di quelle cose prese nelle bancarelle delle statuine dei santi, per intenderci.

Papa Ratzinger, per ricambiare, ha regalato al Premier…una penna. Ok, è commemorativa dei 500 anni della Basilica Vaticana, ma è comunque...una penna. Anche io potrei regalare una Bic e farla passare come commemorativa dei 20 anni dalla fondazione per la "salvaguardia delle foche monache che Licia Colò è fissata con gli orsi polari e Rita Dalla Chiesa c’ha solo il chiodo fisso per i cani", ma sarebbe pur sempre una penna.

Non oso immaginare la reazione di Berlusconi quando ha realizzato che c’aveva perso non un sacco, ma di più: avrà detto “Grazie, non doveva!”, “Mi serviva proprio, guardi, oggi devo giusto lavorare alla Salva Rete4” o l’avrà lasciata in Vaticano fingendo di averla dimenticata mentre si faceva fotografare usando le nuove pose consigliategli da Mara Carfagna? Mah.

L’unico dubbio che mi sovviene, è questo: il regalone che Silvio ha fatto al Joseph, da parte chi chi era? Mi spiego: se era da parte del cittadino Silvio, mi va bene. Se ha preso i soldi dal suo portafoglio per un regalo dal valore paragonabile alla casa dei miei sogni, nessun problema. Ma se è stato da parte del Presidente del Consiglio, il regalo è quindi stato fatto dallo Stato, ergo, da noi italiani: che ci dobbiamo aspettare una nuova tassa, quella sui “regali che fanno stare buoni i potenti”?

 
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domenica, 18 maggio 2008

mm4Non inizierò questo post con “Di ritorno da…”, “Back from…”, “Rientrato da…” per due motivi. Il primo è che è passata una settimana da quando sono tornato a casa da Milano (dopo tre giorni di semi-permanenza), quindi risulterebbe alquanto ridicolo. Il secondo, più importante, è che non reggo quelli che, tra blog e messenger, ti sbattono in faccia il loro rientro da bellissime località turistiche in cui sono stati in vacanza, mentre tu sei come un pirla da solo davanti al computer.

Cari miei espositori di rientri da luoghi incontaminati dalla natura, da città d’arte monumentali e da spiagge immacolate, potreste tenere per voi il fatto che siete stati ad Honolulu lo scorso weekend, o che vi siete fatti proprio una bella sciata in quel di Cortina mentre io cercavo di ficcarmi in testa qualche nozione utile per mio futuro accademico? Tra l’altro, non so se l’avete mai notato, ma non succede mai che questi paranzoni facciano sapere al mondo intero che sono tornati da un luogo che non sia propriamente il massimo del divertimento ed arricchimento culturale. Che ne so, mai che si legga un “Di ritorno da Brembate”, “Back from Trepalle” o “Rientrato da Cenate Sotto” (sì, esiste, ed ogni volta che ci passo davanti la mia vita vede una piccola luce di gioia).

Comunque, il punto è altro. Come vi dicevo, la settimana scorsa ho avuto l’occasione di bazzicare per Milano, anche se in realtà ho bazzicato solo per il centro, quindi piazza Duomo e Galleria Vittorio Emanuele, ma, grazie al mio spirito d’osservazione, e soprattutto grazie alla pausa studio che mi sto concedendo proprio ora, vorrei trarre delle considerazioni su ciò che più mi ha colpito della città della Madunina:

1- A Milano c’è sempre un sacco di gente. Andateci alle 4 del mattino, alle 6, alle 3, alle 28, ma c’è sempre qualcuno in giro. Stupefacente, per uno come me che viene da un paese in cui quando, di domenica sera, camminando ti capita di vedere un pensionato passeggiare pensa “Che mi sto perdendo?”;

2- A Milano tutti hanno fretta. Vabbè, oggi come oggi, ovunque, tutti hanno fretta. Ma a Milano tutti sanno che tutti hanno fretta, quindi ti fanno passare sulle scale mobili della stazione senza lamentarsi e non si stupiscono più di tanto che incontrano un uomo in giacca e cravatta che cerca, con la sua ventiquatt’ore di battere il record di velocità di Oscar Pistorius. Anzi, si attiva una sorta di solidarietà per cui tutti, dopo averti fatto spazio, col loro sguardo ti incitano affinché tu possa raggiungere il traguardo. Una sorta di “Yes, you can" col pensiero, per intenderci.

3- A Milano sono tutti seri. Dalla ragazzina sotto il terrazzo di “Trl” al marocchino che se non stai attento si appropria di un tuo braccio per legarti uno di quei braccialetti portafortuna che, dice lui, sono in regalo, ma che poi ti costano 5 euro, tutti prendono le cose sul serio. Come direbbe Suocy: “State sciolti!”.

4- A Milano il Duomo è sempre coperto. Forse l’unica volta che l’ho visto in versione integrale è stato la prima volta che l’ho visto dal vivo. Poi ho intrattenuto una discussione con dei miei amici sul perché “la brum del capo ha un pssss nella gomma”.

5- La metro di Milano mi fa paura. Sarà che mia mamma mi ha avvertito qualche giorno prima raccomandandomi di “Non parlare con nessuno, se qualcuno ti saluta rispondi e poi va via” (ecco spiegato il perché ho così pochi amici, coi quali non mi sono mai presentato, tra l’altro), sarà che il film “Cloverfield” ha lasciato un segno indelebile nella mia memoria cinematografica al pari di una macchia di vino sulla tovaglia della domenica, ma ho vissuto momenti di angoscia mentre, aspettando la metro della linea gialla, i binari erano vuoti (e chi ha visto “Cloverfield”, forse può capire a cosa mi riferisco).  In compenso, non ho dovuto usare il mio spray al peperoncino contro nessun malintenzionato. Ergo, non ne devo comprare un altro per Gardaland.

6- Milano è grande. E dopo questa, penso potrei vincere il premio “Scoperta dell’acqua calda 2008”. Ma se ci fate caso, quando ci andate, è una cosa che spesso ci sfugge, da quanto siamo presi nel raggiungere la nostra meta, nell’incontrare colleghi di lavoro senza arrivare in ritardo, nell’assicurarci di non aver perso nulla per strada: Milano è grande, e noi siamo piccoli. Così piccoli che, alla fine della giornata, vogliamo tornare nel nostro spazio, la nostra casa, il nostro ambiente, e sfuggire alla giungla metropolitana le cui liane pubblicitarie ci hanno traghettato fine a fine giornata. Milano è grande, noi no. E’ questo che ci fa paura.

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giovedì, 01 maggio 2008
FEB072098_hi_CIVIL_WAR_FALLEN_SON_WOLVERINEOggi mi girano così tanto le balle, ma così tanto, che se fossi uno degli X-Men, mi chiamerei Elica.
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categoria:cinema, blog, a sangue freddo
domenica, 27 aprile 2008
calendarioPer la serie "visto che hai rotto tanto per prenderti l'I-Pod, potresti usarlo invece di sentire le discussioni degli altri".
Sul treno:

"...una cosa così la puoi mascherare per quaranta giorni, ma per un mese no...".
Disse la signora che pensava che un anno durasse 700 giorni.

(ebbene sì, una volta ogni tanto, una cosa del genere non l'ho detta io)
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domenica, 20 aprile 2008

8850325La vera notizia della settimana non è la vittoria netta di Berlusconi alle elezioni. E nemmeno le sue sparate sul governo “troppo rosa” spagnolo –ha voluto battere il record della minchiata detta più rapidamente da un presidente del consiglio e ce l’ha fatta, peccato che “Lo show dei Record” sia finito giovedì scorso-.

Neanche la regolarità delle procedura di scrutinio o l’efficiente funzionamento dei sondaggi, che incredibilmente quest’anno davano come candidati premier quelli che erano effettivamente in corsa per il titolo sono tra le notizie più rilevanti degli ultimi giorni.

Il vero scoop, miei cari, è che Manuela Arcuri è single. Ebbene sì. Dopo anni ed anni di darla via al vento come una macchina sparaneve d'inverno riempie le piste da sci, la autodichiaratasi attrice Manuelona ha chiuso i battenti. E le gambe.

Per ora, ha detto in un'intervista le cui dichiarazioni hanno fatto cadere numerose teste di importanti quotidiani nazionali, preferisce dedicarsi alla famiglia, e stare più tempo sua madre, la quale dal canto suo sta facendo delle selezioni alla "X-Factor" per trovarle un moroso e liberarsi dai fotografi che attanagliano la figlia, e quindi anche lei.

La notizia porterà sicuramente scompiglio nel mondo politico: Berlusconi ha già chiesto il riconteggio dei fidanzati dell'Arcuri per garantire la libertà di provarci con lei, mentre Walter Veltroni ha cambiato subito il motto del suo partito, l'incorraggiante "si può fare" nell'altrettano speranzoso "me la posso fare".

Intorno, un'Italia fatta di clown senza trucco, di curve pericolose, di altarini non scoperti che diventano altari, ma anche di un ottimismo che ci fa dire "potrebbe andare peggio".

 

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domenica, 23 marzo 2008
SciuraMariaMaryPoppinsSpiazzando tutto e tutti, Raitre ha deciso di mandare in onda la domenica di Pasqua "Mary Poppins". Sarà che è la rete di "Che tempo che fa", ma secondo me è stata questa decisione che ha causato le nevicate di stamattina dalle mie parti (e non solo): ci mancava l'albero di Natale e la differenza non si sarebbe notata. Comunque, ho recuperato questo mio post datato 25 gennaio 2007, e, rivedendo il film, non rinnego nulla. Anzi, ho aggiunto delle cose. Impossibile non darmi ragione. Una volta ogni tanto. Buona lettura.

A me Mary Poppins non ha mai dato l’impressione di quella tenera e gentile signora che tutti pensano che sia. Non mi frega mica. Eh no.

Per prima cosa, pensate a come arriva a casa Banks: volando attaccata a un ombrello. Una che fa la tata può permettersi dei voli privati? Mi sa di no. E poi, come fa ad avere l’annuncio originale scritto dai bambini, se il padre lo ha gettato via nel camino? O sei una dei R.I.S. e l’avevi capito dalle tracce di gelato sui pantaloni del figlio minore (il cioccolato è una prova evidente di mancanza di affetto, se poi al cioccolato abbini la fragola, oltre a voler dire che non sai abbinare i gusti, significa che hai bisogno di una tata), o hai piazzato delle cimici in casa e hai ascoltato tutto; o, la peggiore, eri già in casa. Nascosta dove non oso immaginarlo, ma c’eri.

Quindi non sei la brava baby-sitter che tanto dici di essere, ma al massimo sei lì giusto per farti beccare, essere arrestata e finire a "Matrix" con i vicina di casa di Erba o a "Porta a porta" con Vespa che ti fa il plastico della tua borsa (che, non dimentichiamolo, è un tappeto. Ho detto tutto). A proposito della borsetta: dentro c'è un attaccapanni, un pappagallo, uno specchio…Una cucina dell'Ikea no?

Ancora: vi fidereste di una che porta i vostri figli in giro a conoscere i suoi amici che per sbarcare il lunario dipingono per strada, all’improvviso ballano, ci provano spudoratamente con la tata davanti ai loro occhi e indossano un completo a righe rosse e bianche?!? Se cerchi il marito potevi andare dalla DeFilippi : “Entro giungo 2008 Mary deve scegliere quello che sarà il compagno della sua vita tra lo spazzacamino, l'ammiraglio Bum, il banchiere ed un pinguino ".

Una cosa giusta la fa, però: porta i bambini alle giostre. Se non fosse che i cavalli si staccano e lei continua a farsi il giretto fregandosene se i bambini hanno ancora le parti del corpo attaccate tra di loro.

La perdoneresti, tanto i piccoli sono ancora vivi, peccato che appena lo pensi te li vedi galleggiare in aria e ridere come degli isterici a cui hanno appena raccontato la nuova finanziaria, e lei che dice “Mi tocca venire su a prendervi…Avevo detto a me stessa che non l’avrei più fatto". Perché, quante volte ti sei fatta di allucinogeni?

E appena te li porta a casa e li mette a dormire, non è che gli racconta la fiaba per farli addormentare, che ne so, della principessa sul pisello o di Eva Henger che diventa l’idolo dei bambini, ma gli racconta che il papi lavora in una banca dove sono tutti cattivi e nessuno è contento…Me li vuoi fare diventare comunisti??? Mi tocca legarli al letto sennò domani me li vedo manifestare fianco a fianco l’uno barbuto e l’altra strafatta. Ma, visto che gli fa bere uno sciroppo che per uno sa di lampone, per l'altra di menta e per lei di poncho al rum, mi sa che una bella rehab non gliela leva nessuno.

Una volta che vi siete decisi di licenziare questa simpatica criminale proletaria, toh, si licenzia lei, e dice che lì il suo compito è finito. Ci mancano che escono fuori le telecamere di "S.O.S. Tata" e tutto si sarebbe chiarito. Anche l'uso che di parole ed espressioni che fanno lei e l'allegra compagnia dei Banks: "suffragette urrà!", "indisposto", "non credo dovremmo disturbare la polizia", "oltraggioso" ma soprattutto "Oplà", detto ai bambini. Ora, vabbè che se a me dicono "Oplà" si ritrovano con un oggetto qualsiasi ma appuntito ficcato nello stomaco, ma qualcuno vorrebbe ricordare alla gentile signorina Poppins che sta avendo a che fare con dei bambini e non con dei chihuahua da allenare per il prossimo trofeo di agility dog?

Sempre sulle parole: tralasciamo il caso "Supercalifragilistichespiralidoso" che parla da solo, ma avete notato che più si diventa grandi più questo film mostra dei dialoghi che lo fanno avvicinare ad un film soft porno? Vi faccio degli esempi: "Oh, sì, fallo!"; "Quell'uccello mi fa venire il mal di testa", "Non voglio prendere la pillola", ed al top: "Sapete come mi metto in orgasmo". Ed ho solo 23 anni. Non oso immaginare cosa sente chi ne ha 40.

Mary Poppins, per anni ci hai ingannato col tuo modo di fare stampalato, ma qui il punto è solo uno: non è zucchero quello usi per mandare giù la pillola, vero?

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martedì, 18 marzo 2008
Davanti alla tv per vedere qualche minuto di "X-factor", l'ennesimo reality che promette gloria e fama almeno fino ad una settimana dopo la sua conclusione, la mia amica Francesca (o il suo alter-ego Franca, ma questa è tutta un'altra storia), ha saputo condensare in una semplice frase tutte le critiche che in anni ed anni sono state fatte a questo genere di trasmissioni, ritenute trash, in cui i protagonisti ed i loro legittimi sogni vengono dati in pasto ad un pubblico affamato di illusioni ed a pseudo competenti professori/vocal coach/giurati di qualità che con la scusa di "voler lanciare" il talento ti fanno venire la voglia di lanciare loro. Dalla finestra.

Ecco le argute parole:
"A me 'sta trasmissione sa di sporco. Guarda il pavimento: sembra che non l'abbiano pulito".

Aldo Grasso, trema.
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sabato, 08 marzo 2008

siparioVi devo confidare un segreto. Io ogni volta che vado dal barbiere è come se ripetessi un mio piccolo varietà, così, per la gioia sua e mia, che mi diverto tanto a passare come un pirla agli occhi della gente. Per la cronaca, se vi domandate da dove Fiorello abbia preso l’idea del varietà di due minuti, sicuramente sarà stato mentre si faceva spuntare i baffi prima del cenone di Natale. Perché in fondo, quando andiamo a farci tagliare i capelli, pur di non pensare che attorno a noi c’è un potenziale assassino che è un attimo e ci fa fare la fine del cavaliere di Sleepy Hollow, ce le inventiamo di tutte, dal cercare di indovinare dalla prima nota quale canzone stanno trasmettendo alla radio al ripetere a memoria la tabellina dell’8.

Due sabati fa, quindi, mi accingo dal barbiere per la tosatura che di tanto in tanto mi tocca fare, non perché sia il figlio segreto di Cocciante, ma perché ho il pessimo difetto che quando i capelli mi crescono ai lati sopra alle orecche tendono ad assumere una forma di cuffia in stile “Rischiatutto”.

Sedutomi, mi rischiaro la voce, ben sapendo che anche oggi si sarebbe andati in scena. E così fu:

Barbiere: “Come te li faccio?”

Io: “Eh, la solita rasatura…”

B.-“Corti corti?”

-“Sì, corti, ma non a zero”

-“Certo”

-“Anche perché tra un po’, coi pochi capelli che mi ritrovo, il taglio a zero se lo fanno da soli”

(sorriso del barbiere giusto perché sa che alla fine lo pagherò).

Ecco, tutte le volte mi ritrovo a recitare la parte del cliente pseudo-simpatico che butta sulla battuta la propria penuria tricotica e, tutte le volte, il mio barbiere sorride meritandosi un Oscar alla carriera (chissà quante volte avrà dovuto sorridere a battute di scarsa qualità). Ma anche questo fa parte del suo lavoro: accontentare il cliente.

Anche sabato tutto ciò è accaduto, e io lo sapevo. Quello che non sapevo è che il barbiere si era preparato un’altra performance. Per cui, mi è toccato improvvisare.

Stava utilizzando con la solita finezza da rugbista e scaricatore di porto a cui ormai sono abituato il rasoio elettrico, quando ad un certo punto dalla sua bocca escono le seguenti parole:

“Sei un insegnante?”

Spiazzato, penso che qualche ciuffetto di capelli tagliati si sia inserito nel mio padiglione auricolare, per cui potrei aver sentito male la domanda. Me ne esco con un sospettoso “Eh?”. E Lui: “Sei un insegnante?”. Avevo capito bene. Pronta la mia risposta, “Ehm…No, perché?”

“Niente, così.”.

Certo. Mi stai rasando i capelli con una delicatezza che sembra ti stia esercitando per il ruolo di Sweeney Todd a teatro e la prima domanda che ti viene in mente è “Sei un insegnante?”. Avrei accettato qualche disserzione sul tempo, sulle mezze stagioni, sull’Inter che ormai ha vinto lo scudetto (e giù di tocco tutti gli interisti che stanno leggendo), ma lui no, ha un incontro ravvicinato coi miei capelli e, ispirato, si chiede se insegno. Neanche fossi entrato con una valigetta o insultando qualche studente o parlando al telefono della "rottura di maroni che ho perché lunedì mi tocca preparare dei compiti in classe che devo correggere entro due giorni perché poi ci sono i colloqui”. Ecco, se avessi detto una cosa simile, quella domanda l’avrei capita.

Dopo aver fatto nella mia mente questo ragionamento nel giro di un microsecondo, cerco, appunto, di improvvisare, citando un fatto che mi era accaduto la settimana prima: “Già l’altro giorno mi hanno chiesto se ero musicista, ora lei mi chiede se sono un insegnante…Si vede che ispiro ‘ste cose, invece sono solo un umile studente”.

Lo so, non era il massimo, ma mi aveva spiazzato. Però il suo sorrisetto alla “compatisco la tua esistenza, tanto poi mi pagherai 10 euro per 5 minuti di macchinetta”, mi tranquillizzò. Per poco. Nel giro di due secondi mi ha chiesto di dove fossi, in che zona abitassi ed il mio cognome. Cosa che senza dubbio non sopporto: uno sconosciuto che si fa i fatti miei. Ma, avendo questo sconosciuto in mano una potenziale arma di sfregio, mi sono limitato ad un “Sto poco qui, studio in città e i miei non sono della zona”. Avevo la sensazione che mi stesse per chiedere anche numero di scarpe, cibi a cui sono allergico e cosa preferissi tra aspirina e tachipirina, ma si è trattenuto.

Ero riuscito a reggere lo spettacolo, e la mia privacy, però devo ammettere di essere stato sorpreso: forse la prossima volta dovrò organizzare anche un piccolo balletto scendendo dalla poltrona, o abbinare una serie di acconciature a dei biglietti della Lotteria Italia e quella che mi decido di fare fa vincere 5 milioni di lamette. Ci devo pensare. Potrei anche cambiare barbiere. Ma alla fine mi ha anche aggiustato i baffi, senza che io glielo chiedessi. Mi sono commosso e pentito di tutto quello di poco gentile che avevo pensato fino ad allora. Gli darò un’altra oppurtunità, orsù! Potrebbe essere l’incipit di una nuova trilogia: “Il Signore dei capelli”.

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domenica, 02 marzo 2008
snoopy_sonnoNon si può non parlare, il giorno dopo la vittoria della straordinaria coppia Giò Di Tonno-Lola Ponce e della loro emozionantissima canzone, del Festival della Canzone italiana appena concluso.

Tralasciando che quest'anno gli ascolti sono stati così bassi che a momenti c'era più gente alla proclamazione della mia laurea, e che pur di tirar fuori qualche polemica Baudo era disposto ad ammettere una liaison con il leone simbolo del trofeo, possiamo riassumere tutta la pomposità, l'eccesso ormai superato e la stanchezza di una manifestazione che necessita di una spolverata più della mia camera quando sono sotto esame con queste semplici parole, pronunciate da Loredana Bertè dopo l'esibizione in coppia con Spagna di venerdì del brano "Musica e parole".

Pippo Baudo: "Loredana, ti viene consegnato anche un Premio Speciale CITTA' DI SANREMO..."
Loredana Bertè: "...ma và?".

P.s.: l'inizio di questo post è del tutto ironico. Non sia mai che venga a trovarmi la Guardia di Finanza a controllare di quali sostanze stupefacenti faccia uso.
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