Vi devo confidare un segreto. Io ogni volta che vado dal barbiere è come se ripetessi un mio piccolo varietà, così, per la gioia sua e mia, che mi diverto tanto a passare come un pirla agli occhi della gente. Per la cronaca, se vi domandate da dove Fiorello abbia preso l’idea del varietà di due minuti, sicuramente sarà stato mentre si faceva spuntare i baffi prima del cenone di Natale. Perché in fondo, quando andiamo a farci tagliare i capelli, pur di non pensare che attorno a noi c’è un potenziale assassino che è un attimo e ci fa fare la fine del cavaliere di Sleepy Hollow, ce le inventiamo di tutte, dal cercare di indovinare dalla prima nota quale canzone stanno trasmettendo alla radio al ripetere a memoria la tabellina dell’8.
Due sabati fa, quindi, mi accingo dal barbiere per la tosatura che di tanto in tanto mi tocca fare, non perché sia il figlio segreto di Cocciante, ma perché ho il pessimo difetto che quando i capelli mi crescono ai lati sopra alle orecche tendono ad assumere una forma di cuffia in stile “Rischiatutto”.
Sedutomi, mi rischiaro la voce, ben sapendo che anche oggi si sarebbe andati in scena. E così fu:
Barbiere: “Come te li faccio?”
Io: “Eh, la solita rasatura…”
B.-“Corti corti?”
-“Sì, corti, ma non a zero”
-“Certo”
-“Anche perché tra un po’, coi pochi capelli che mi ritrovo, il taglio a zero se lo fanno da soli”
(sorriso del barbiere giusto perché sa che alla fine lo pagherò).
Ecco, tutte le volte mi ritrovo a recitare la parte del cliente pseudo-simpatico che butta sulla battuta la propria penuria tricotica e, tutte le volte, il mio barbiere sorride meritandosi un Oscar alla carriera (chissà quante volte avrà dovuto sorridere a battute di scarsa qualità). Ma anche questo fa parte del suo lavoro: accontentare il cliente.
Anche sabato tutto ciò è accaduto, e io lo sapevo. Quello che non sapevo è che il barbiere si era preparato un’altra performance. Per cui, mi è toccato improvvisare.
Stava utilizzando con la solita finezza da rugbista e scaricatore di porto a cui ormai sono abituato il rasoio elettrico, quando ad un certo punto dalla sua bocca escono le seguenti parole:
“Sei un insegnante?”
Spiazzato, penso che qualche ciuffetto di capelli tagliati si sia inserito nel mio padiglione auricolare, per cui potrei aver sentito male la domanda. Me ne esco con un sospettoso “Eh?”. E Lui: “Sei un insegnante?”. Avevo capito bene. Pronta la mia risposta, “Ehm…No, perché?”
“Niente, così.”.
Certo. Mi stai rasando i capelli con una delicatezza che sembra ti stia esercitando per il ruolo di Sweeney Todd a teatro e la prima domanda che ti viene in mente è “Sei un insegnante?”. Avrei accettato qualche disserzione sul tempo, sulle mezze stagioni, sull’Inter che ormai ha vinto lo scudetto (e giù di tocco tutti gli interisti che stanno leggendo), ma lui no, ha un incontro ravvicinato coi miei capelli e, ispirato, si chiede se insegno. Neanche fossi entrato con una valigetta o insultando qualche studente o parlando al telefono della "rottura di maroni che ho perché lunedì mi tocca preparare dei compiti in classe che devo correggere entro due giorni perché poi ci sono i colloqui”. Ecco, se avessi detto una cosa simile, quella domanda l’avrei capita.
Dopo aver fatto nella mia mente questo ragionamento nel giro di un microsecondo, cerco, appunto, di improvvisare, citando un fatto che mi era accaduto la settimana prima: “Già l’altro giorno mi hanno chiesto se ero musicista, ora lei mi chiede se sono un insegnante…Si vede che ispiro ‘ste cose, invece sono solo un umile studente”.
Lo so, non era il massimo, ma mi aveva spiazzato. Però il suo sorrisetto alla “compatisco la tua esistenza, tanto poi mi pagherai 10 euro per 5 minuti di macchinetta”, mi tranquillizzò. Per poco. Nel giro di due secondi mi ha chiesto di dove fossi, in che zona abitassi ed il mio cognome. Cosa che senza dubbio non sopporto: uno sconosciuto che si fa i fatti miei. Ma, avendo questo sconosciuto in mano una potenziale arma di sfregio, mi sono limitato ad un “Sto poco qui, studio in città e i miei non sono della zona”. Avevo la sensazione che mi stesse per chiedere anche numero di scarpe, cibi a cui sono allergico e cosa preferissi tra aspirina e tachipirina, ma si è trattenuto.
Ero riuscito a reggere lo spettacolo, e la mia privacy, però devo ammettere di essere stato sorpreso: forse la prossima volta dovrò organizzare anche un piccolo balletto scendendo dalla poltrona, o abbinare una serie di acconciature a dei biglietti della Lotteria Italia e quella che mi decido di fare fa vincere 5 milioni di lamette. Ci devo pensare. Potrei anche cambiare barbiere. Ma alla fine mi ha anche aggiustato i baffi, senza che io glielo chiedessi. Mi sono commosso e pentito di tutto quello di poco gentile che avevo pensato fino ad allora. Gli darò un’altra oppurtunità, orsù! Potrebbe essere l’incipit di una nuova trilogia: “Il Signore dei capelli”.